venerdì 3 Dicembre 2021
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LA FILOSOFIA: UNA TERAPIA PER IL DOLORE? – prima parte

(Prima parte della conversazione con Augusto Cavadi, Celano 2021)

Radici autobiografiche di ogni pensare autentico

La filosofia-in-pratica implica come sua prima condizione che il filosofo si metta in gioco personalmente in ogni questione che affronta: la teoresi è fondamentale, ma non se del tutto estranea alla vita effettiva. Quando pensiero ed esistenza si snodano parallelamente, senza toccarsi, l’uno è sterile e l’altra opaca[1]. Per questo proverò a offrire degli spunti di riflessione ‘oggettiva’, ma a partire dalla soggettività della mia biografia.

Non posso affermare di aver avuto in sorte una vita infelice; anzi, sia in assoluto che ancor più in confronto con la maggior parte dei contemporanei del pianeta,  direi che – almeno sino ad ora – mi è andata di lusso. Tuttavia perfino un’esistenza come la mia è stata costellata dalla sofferenza in ciascuna delle sue fasi: infanzia, adolescenza, giovinezza, maturità…Infatti quando non ho provato dolore per ferite dirette, sono stato comunque accompagnato – grazie a, o a causa di, una certa empatia – dal dolore per persone più o meno vicine.

Una prima ragione di gratitudine: distinguere i generi di sofferenza

Quando, per qualsiasi occasione, ci capita di riflettere sul dolore del mondo avvertiamo lo scoramento come davanti a una montagna sproporzionatamente grande per le nostre forze. Una prima ragione di gratitudine verso la filosofia è d’avermi sostenuto davanti a tale sgomento (dal quale, secondo Aristotele, essa origina[2]) insegnandomi, per non soccombere sin dai primi passi,  una distinzione preliminare tra il dolore necessario, inevitabile, e il dolore superfluo, evitabile. Se facciamo di tutte le erbe un fascio, restiamo senza orientamento:  paralizzati. C’è un’antica preghiera (attribuita da alcuni a Francesco d’Assisi, da altri a Tommaso Moro) che qui c’interessa come espressione di saggezza umana, ‘laica’: “Insegnami, Signore, a cambiare ciò che può essere cambiato; a sopportare ciò che non può essere cambiato; e soprattutto la saggezza di distinguere l’uno dall’altro”. Qualcosa del genere l’insegnava Cartesio nelle sue regole di morale provvisoria: Quando abbiamo fatto del nostro meglio, rispetto alle cose fuori di noi “ – dunque dopo esserci attivati per modificare il modificabile –  “la mia terza massima era di cercare di vincere me stesso piuttosto che la fortuna, e di cambiare i miei desideri piuttosto che l’ordine del mondo”.

  La filosofia mi ha indicato la via per non oscillare continuamente fra la viltà e la tracotanza: non attivarsi per ridurre la sofferenza evitabile è colpevole viltà; lanciarsi a testa bassa contro i dolori inevitabili è tracotanza autolesionistica; due modi opposti di mancare la virtù-cardine della ‘fortezza’ (crinale tra la valle della debolezza, da una parte, e la valle della spacconeria, dall’altra). Quando riesco ad ascoltarla, la filosofia diventa in me phronesis, prudentia, saggezza: capacità di distinguere la sofferenza da contrastare dalla sofferenza con cui convivere. E con cui ‘conmorire’.

Una seconda ragione di gratitudine: praticare solidarietà ‘corta’ e ‘lunga’

Reagire al dolore, tentare di difendersene, è un impulso spontaneo che abbiamo in comune con tutti gli altri animali. Ci sono tuttavia dei casi in cui il male non ci assedia pressantemente perché ci minaccia o a distanza temporale (gli effetti cancerogeni del tabagismo) o a distanza spaziale (lo scioglimento dei ghiacci ai poli) o non personalmente (le centinaia di bambini che si spengono quotidianamente per mancanza di cibo e acqua): e in questi casi è altrettanto spontaneo restare inerti. Magari sentirsi occasionalmente coinvolti sul piano emotivo, ma senza tradurre in gesti effettivi tale coinvolgimento.

 Ecco una seconda ragione di gratitudine che nutro verso la filosofia: mi ha insegnato che è ragionevole, opportuno, giusto  impegnarsi concretamente per combattere il dolore superfluo, anche quando questo impegno non è dettato dall’emozione. Anzi, perfino quando è psicologicamente avvertito come pesante, ostico.

 Vorrei esplicitare almeno due livelli, o meglio due raggi d’azione, in cui è possibile  impegnarsi riflessivamente in questa direzione.

Un primo ambito è la solidarietà ‘corta’ che si realizza sia occasionalmente, quando ci s’imbatte per caso in un indigente e gli si presta soccorso immediato, sia quando si attua un intervento  di “volontariato” sociale: un intervento secondo un progetto, in una logica d’equipe e per un periodo determinato, non indefinito ma neppure brevissimo.

Conosciamo le molte obiezioni contro la prassi del volontariato, ma qui ne vorrei focalizzare una soltanto: di fronte alla marea di sofferenza, quanto può incidere il lavoro di un gruppetto di volontari? L’obiezione è micidiale perché la si ritrova anche a proposito di ogni azione individuale, o di “minoranze morali” (Jurgen Habermas), in contro-tendenza rispetto alla stragrande maggioranza degli abitanti del globo: per esempio a proposito di chi riduce i consumi di combustibile o di alimenti d’origine animale. Quando mi sento tentato, esistenzialmente, da questa obiezione mi vengono incontro una favola, un racconto di fantasia e una considerazione filosofica.

La favola riporta, durante un incendio nella foresta, il dialogo fra un colibrì – che becca qualche goccia d’acqua e la riversa nel fuoco, poi affannosamente ritorna a beccare un’altra goccia e a riversarla nel fuoco – e un elefante che si prende gioco di lui: «Cosa credi di risolvere con questo tuo andirivieni tra il mare e la foresta in fiamme?». Senza smettere la fatica, il colibrì si limita a rispondere: «Io sto facendo tutto ciò che mi è possibile. Se tutti gli elefanti facessero lo stesso con le grosse proboscidi, invece di stare  a criticare, forse l’incendio si spegnerebbe davvero».

 Il racconto della letteratura sudamericana narra invece di un bambino che, passeggiando su una spiaggia, rilancia in mare ogni stella marina che vede languire sulla sabbia. Anche lui viene dileggiato da un passante: «Cosa credi di risolvere restituendo la vita a qualche stella marina, con tante centinaia che ce ne sono sparse per la riva?». Ma il bambino senza scoraggiarsi risponde: «Lo so che posso restituire la vita a una stella per volta. Ma per quella stella è l’unica vita che può ritrovare».

La considerazione filosofica, infine, la traggo dal libro più recente di Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo, prima di cena : «Quando serve un cambiamento radicale, molti sostengono che sia impossibile indurlo attraverso azioni individuali, per cui è inutile provarci. E’ vero invece l’esatto contrario: l’impotenza dell’azione individuale è la ragione per cui tutti devono provarci» [3]. E ancora: «Certo, esistono sistemi potenti – come il capitalismo, l’allevamento industriale, il comparto dei combustibili fossili – che sono difficili da smantellare. Nessun singolo automobilista è in grado di provocare un ingorgo. Ma un ingorgo non può verificarsi senza i singoli automobilisti. Siamo bloccati nel traffico perché il traffico siamo noi. Il modo in cui viviamo le nostre vite, le azioni che facciamo e non facciamo, possono alimentare i problemi sistemici ma possono anche cambiarli […]. Esattamente come Rosa Parks ha contribuito a eliminare la segregazione sui mezzi di trasporto pubblico. […]. E sarà anche un mito neoliberista attribuire alle decisioni individuali un potere supremo, ma non attribuire alle decisioni individuali alcun potere è un mito disfattista»[4]. Con humour tutto inglese, Anita Roddick, creatrice dal nulla della catena di cosmetici ecologici “Body shop”, aveva  anticipato la tesi di Foer sintetizzandola in poche parole:  «Se pensi di essere troppo piccolo per avere impatto, prova ad andare a letto con una zanzara che gira nella stanza».

Il volontariato, e più in generale le micro-azioni in controtendenza rispetto all’andazzo pubblico, risultano tanto necessari quanto insufficienti. La pallina di neve deve diventare valanga: il gesto profetico deve attivare una mobilitazione politica. E non pensiamo subito a identificare la politica con quella sua magna pars che è l’attività parlamentare e di governo: esistono sindacati, movimenti, gruppi di potere (lobby), centri di cultura…che in una democrazia, per quanto imperfetta, contribuiscono alla gestione della cosa pubblica. Alla filosofia devo anche questo: la consapevolezza che il dolore del mondo può attenuarsi se intrecciamo la solidarietà ‘corta’ con la solidarietà ‘lunga’ della politica. Per citare ancora una volta Foer, «tanto le azioni macro quanto quelle micro hanno un potere, e quando si tratta di contrastare la distruzione del pianeta è immorale liquidare l’una o l’altra e proclamare che siccome non si può ottenere il massimo non si deve tentare di arrivare al minimo» [5] .

Una terza ragione di gratitudine: riduzione del tasso di violenza

Sia attraverso le micro-azioni che le macro-decisioni politiche la riflessione filosofica ci impone la eliminazione – o per lo meno la riduzione – del tasso di violenza perpetrata in ogni minuto della giornata sul pianeta. Spesso di identificano l’aggressività psicologica e i conflitti sociali con la violenza, ma è un errore concettuale con effetti anche operativi: infatti, se così fosse, dal momento che aggressività e conflitti sono vitali, anche la violenza risulterebbe ineliminabile. Ma se la violenza è un’azione progettata per ferire o uccidere o umiliare un vivente, essa non è né necessaria né ancor meno proficua[6].

Qualcuno che stimo moltissimo, il fondatore del Centro per la pace di Viterbo, Peppe Sini, sostiene che le guerre, le discriminazioni razziali, gli sfruttamenti della forza lavoro, le organizzazioni criminali…abbiano una radice comune: la madre di ogni violenza sarebbe la violenza maschile contro le femmine. Ho riflettuto a lungo su questa tesi e solo dopo molti anni mi sono convinto della sua fondatezza, al punto da lasciarmi finalmente coinvolgere in un movimento nazionale (“Maschile plurale”) che si propone di dare alla drammatica questione una risoluzione culturale e politica[7]. Eppure, per quanto possa essere radicale e fondante questo genere di violenza, mi pare che essa stessa origini da una violenza ancor più basilare, più quotidiana, più accecante pedagogicamente al punto da non lasciarsi neppure riconoscere come violenza: la violenza contro gli altri animali. Non si tratta di aprire la questione del vegetarianesimo e del veganesimo; anzi neppure della caccia come ricerca di cibo. Ciò che sta avvenendo negli ultimi due secoli è qualcosa di inedito nella storia del pianeta: una specie animale (l’uomo) ritiene di avere il diritto di allevare in condizioni di schiavitù totale e opprimente miliardi di animali appartenenti ad altre specie allo scopo di utilizzarne, ben al di là delle necessità biologiche (anzi, addirittura a danno del proprio benessere fisico), le carni, le pelli, le ossa. Non so se è vero storicamente, ma so che è verissimo metaforicamente: i mattatoi di Chicago sono serviti da modello per gli ingegneri che hanno progettato i campi di sterminio nazisti[8].

Nel libro di Foer che ho avuto modo di citare sopra, la violenza sistemica sugli animali – mediante allevamenti intensivi di una crudeltà inqualificabile – è solo il primo passo di un ciclo che si conclude con il suicidio collettivo dell’umanità in atto. Infatti:

  • «l’estinzione di massa più letale avvenne duecentocinquanta milioni di anni fa, quando le eruzioni vulcaniche rilasciarono una quantità  di CO 2 sufficiente a far salire la temperatura degli oceani di circa 10 gradi centigradi, segnando la fine del 96 percento della vita marina e del 70 percento della vita terrestre. Questo evento è noto come la ‘Grande Morìa’ » [9]
  • «L’umanità sta immettendo gas serra nell’atmosfera a un ritmo dieci volte superiore rispetto a quanto fecero i vulcani durante la Grande Morìa» [10]
  • « Secondo la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti climatici, se le mucche fossero un paese, sarebbero terze in classifica per emissioni di gas serra dopo la Cina e gli Stati Uniti »[11]
  •  « Il bestiame è responsabile di 32.564 milioni di tonnellate di emissioni di C= 2 all’anno, ovvero del 51 percento delle emissioni globali annue – più di tutte le macchine, gli aerei, i palazzi, gli impianti nucleari e l’industria messi insieme »[12]
  • « Non sappiamo con certezza se l’allevamento sia una delle cause principali dei cambiamenti climatici oppure la causa principale dei cambiamenti climatici »[13]
  • «Sappiamo con certezza che non possiamo occuparci dei cambiamenti climatici senza occuparci dell’allevamento degli animali» [14].

E’ una conclusione ormai condivisa dalla stragrande maggioranza degli studiosi, a partire dal biologo tedesco dell’Ottocento Ernst Haeckel, considerato «il fondatore dell’ecologia», il quale

 «si propose di studiare le relazioni di interdipendenza che collegano tutte le specie viventi tra loro e con le caratteristiche dei fattori abiotici nei luoghi in cui vivono (temperatura, umidità, pressione, corsi d’acqua, altezza sul livello del mare). I suoi studi hanno permesso di capire che, in conseguenza di questi legami, gli effetti di un danno inferto a una specie si ripercuotono su tutte le altre. Che dunque l’uso strumentale dell’antropocentrismo per sostenere eticamente il diritto della specie umana di sfruttare le altre specie viventi genera una catena di problemi ambientali che si aggravano progressivamente fino a danneggiare la stessa specie umana che le ha innescate. Da più di mezzo secolo sappiamo che questa è la causa fondamentale della crisi ecologica che sta conducendo l’umanità all’autodistruzione » [15].


[1] Cfr. A. Cavadi, Filosofia di strada. La filosofia-in-pratica e le sue pratiche, Di Girolamo, Trapani 2010, soprattutto le pp. 64 – 70, dove si legge, fra l’altro, che «lo specifico filosofico consista nel saper passare dall’esperienza vissuta in prima persona (Erlebnis), mai abbandonandola, all’esperienza comunicabile in modo universale (Erfahrung)» (p. 70. E’ una citazione da G. Traversa).

[2] E’ stato soprattutto Emanuele Severino a sottolineare che la ‘meraviglia’ di cui parla Aristotele come origine del filosofare non va intesa nel senso leggero della curiosità intellettuale ma, più radicalmente e impegnativamente, come spaesamento venato di terrore.

[3] J. S.  Foer, Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi,  Guanda, Milano 2019, p. 62.

[4] Ivi, pp. 220 – 221.

[5] Ivi, p. 221.

[6] «Violenza e aggressività non indicano la stessa cosa: l’aggressività è un fattore energetico, che ha a che fare con la vita e il diritto che  ogni essere vivente esercita in qualche modo per la propria conservazione ed espressione, è una reazione alla frustrazione subita che non è necessariamente indirizzata a far male all’altro. Per non confonderci con l’uso comune, negativamente connotato, della parola, potremmo parlare di combattività (sotto l’aspetto socio-politico) o assertività (sotto l’aspetto psico-sociologico), ribadendo che con questi termini si intende l’esigenza del rispetto non solo dell’altro, ma anche di sé, insomma la valorizzazione del proprio sé (selfullness). Diversamente da tutto ciò, la violenza è una specifica forma di incanalamento della vombattività, un suo uso particolarmente distruttivo, cioè volto al danneggiamento di qualcuno» (A. Cozzo, Conflittualità nonviolenta. Filosofia e pratiche di lotta comunicativa, Mimesis, Milano 2004, pp. 16 – 17. L’autore, a sua volta, cita in nota varie sue fonti bibliografiche. Tutto il libro merita di essere studiato).

[7] Alla presentazione del movimento nazionale “Maschile plurale” e, più in particolare, del gruppo “Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne” sono dedicati i miei due volumetti L’arte di essere maschi libera/mente. La gabbia del patriarcato, Di Girolamo, Trapani 2020 (destinato agli adulti) e Né Principi azzurri né Cenerentole. Le relazioni di ‘genere’ nella società del futuro, Di Girolamo, Trapani 2021 (destinato a un pubblico giovanile).

[8] Sulla questione la letteratura è ormai immensa. Mi limito a due titoli: uno più documentario (J. S. Foer, Se nulla importa. Perché mangiamo gli animali, Guanda, Milano 2010) ed uno più speculativo (A. G. Biuso, Animalia, Villaggio Maori, Valverde (Catania) 2020.

[9] J S. Foer, Come salvare il mondo, cit., p. 90.

[10] Ivi, p. 98.

[11] Ivi, p. 107.

[12] Ivi, p. 109.

[13] Ivi.

[14] Ivi.

[15] M. Pallante, Spiritualità, dono del tempo, contemplazione. Un approccio laico, Messaggero, Padova 2021, pp. 55 – 56.

Augusto Cavadihttps://augustocavadi.com
Uno dei promotori delle Vacanze filosofiche. Vive e opera a Palermo dove svolge sia attività professionale (pubblicista per “Repubblica-Palermo” e filosofo consulente "Phronesis") sia attività di volontariato culturale principalmente tramite alcune associazioni ( la Scuola di formazione etico-politica ‘G. Falcone’ e il Gruppo "Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne") che hanno sede nella "Casa dell'equità e della bellezza" da lui fondata, con la moglie Adriana Saieva, per creare occasioni di crescita intellettuale, morale e civile.

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