venerdì 3 Dicembre 2021
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LA FILOSOFIA: UNA TERAPIA PER IL DOLORE? – seconda parte

(Seconda parte della conversazione con Augusto Cavadi, Celano 2021)

Una quarta ragione: convivere con il dolore inevitabile

 Devo alla filosofia non soltanto l’incentivo a contrastare la sofferenza inutile, superflua, ma anche qualche sostegno all’accettazione della sofferenza necessaria (nel senso di inevitabile) sia altrui che mia personale.  A cominciare dalla ‘cifra’ di ogni sofferenza che è la mortalità. Dico ‘mortalità’ e non ‘morte’ perché per la morte potrebbe funzionare il celebre ragionamento di Epicuro (non la incontreremo mai: se ci siamo noi, non c’è lei; se c’è lei, non ci siamo noi), ma non per la mortalità che ci contrassegna sin dai primi palpiti di vita.

Anch’io, come molti, ho vissuto dei momenti topici in cui l’esito ineludibile della mortalità – intendo: la morte – mi si è parato dinanzi con maggiore evidenza. L’ultima volta mi è capitato durante la pandemia del Covid-19 , più precisamente quella mattina in cui ho constatato che nessuno dei rimedi adottati sino a quel momento (bombola di ossigeno inclusa) riusciva a portare la saturazione dell’ossigenazione nel sangue a livelli sufficienti. Ho esaminato con il mio medico l’ipotesi di un ricovero ospedaliero, ben sapendo che sarei entrato così in un tunnel da cui non è probabile uscire vivi.

Ebbene, in quelle ore, come la filosofia si è affiancata alla serenità accudente di mia moglie Adriana per sostenermi?

  • Innanzitutto mi ha ricordato che il decesso, l’atto dello spirare, costituisce un momento dell’esperienza umana: tanto più prezioso, o per lo meno interessante, in quanto unico, irripetibile. Affrontarlo ad occhi aperti non può che segnare un arricchimento di conoscenza: diciamo pure l’estrema possibilità di conoscenza concessaci. Perché sprecarla cercando – probabilmente invano – di viverla senza consapevolezza?
  • Mi ha inoltre ricordato che non solo è l’esperienza terminale, ma in qualche modo anche rivelativa di ciò che veramente si è pensato e si è detto sulla vita e sul mondo: insomma è un test di veridicità, di autenticità. E’ dal nostro modo di morire che gli altri – e prima ancora noi stessi – possiamo imparare chi siamo davvero, oltre la coltre delle parole e degli stessi concetti.
  • Mi ha ricordato di non ingigantire la posta in gioco: in bilico, infatti, non era tutta la mia vita ma solo l’ultimo scampolo. Secondo le statistiche, le persone della mia età hanno percorso i 7/8 del cammino: anno più, anno meno, ero – anzi: sono – comunque alla fine. Una celebre frequenza di “Caro diario” di Nanni Moretti, in cui il protagonista riproduce col metro su una parete  la linea della sua vita, rappresenta efficacemente la situazione.
  • Andarsene in buona salute a settant’anni è di sicuro una disdetta o, a ben riflettere, un male minore? Ciò che ragionevolmente ci si attende da quella età in poi è un più o meno doloroso declino. Forse alzarsi da tavola sazi, senza continuare ad alimentarsi di cibi destinati a far più male che bene, potrebbe non essere peggio che spegnersi lentamente vedendosi appassire.
  • Ma ammesso che mi potessero attendere – fantascientificamente – altri 70 anni di vita in salute fisica e mentale, perché dovrei considerare una tragedia la mia scomparsa dalla faccia dell’universo? Perché dovrei nutrire una sorta di risentimento, di sorda protesta, verso Qualcuno o Qualcosa che mi sta togliendo il diritto di perseverare in vita? Su cosa si fonda razionalmente il diritto di continuare a vivere per uno che non ha avuto nessun ruolo nell’iniziare a vivere? Ogni sessanta secondi muoiono nel mondo centinaia di persone e il mondo continua a girare imperturbabile: perché la mia morte dovrebbe incidere diversamente sul corso della storia? Perché nel mio caso dovrebbe non essere ‘naturale’ morire come ho sempre pensato per tutte le persone che sono morte da quando ho memoria, anzi per i centosette miliardi di soggetti umani che secondo le statistiche sono finora passati per la Terra? Schiacciamo una formica con nonchalance, talora senza neppur accorgercene: ma una formica sulla Terra è rispetto a noi una cosa immensa rispetto a ciò che siamo noi rispetto non dico ai  2000 miliardi di galassie che compongono l’universo, ma anche solo alla  galassia di pianeti in cui ci troviamo.
  • Ma se iniziare a vivere non è la soddisfazione di un diritto, logicamente ci sono solo due possibilità. O nascere è stata una condanna, una pena attribuita per caso, e allora perché non rallegrarsi della morte come fine-pena?  Oppure è stata un’opportunità piacevole, diciamo un dono, e allora il sentimento prevalente dovrebbe essere la gratitudine. In quelle ore mi sono concentrato su questo versante. Ho pensato che non lasciavo bambini piccoli, non lasciavo persone anziane o ammalate che avessero necessità della mia assistenza quotidiana. Che la persona a me più cara ne avrebbe sofferto certamente, ma era attorniata da tante persone che le vogliono intensamente bene – come ne hanno voluto a me –  e che non l’avrebbero lasciata sola.  “Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna” ha sostenuto Ugo Foscolo: proprio “gioia” per “l’urna” no, ma la consapevolezza di tanto affetto dato e ricevuto mi ha regalato sentimenti di  conforto e stati di serenità.

Insomma: la filosofia mi ha aperto gli occhi sul dato oggettivo che la mia vicenda su questa terra sia stata – nonostante i momenti di dolore – da privilegiato. Appartengo a una delle rarissime generazioni della storia (forse addirittura alla prima in assoluto) che non ha sofferto la guerra in prima persona sia per motivi cronologici (sono nato 5 anni dopo la Seconda guerra mondiale) sia per motivi geo-politici (le centinaia di conflitti bellici in atto da 70 anni si sono svolti tutti fuori dai confini dell’Italia). E ora che avevo bisogno di assistenza, a differenza di miliardi di contemporanei, avevo accanto una moglie saggia e affettuosa; tre amici medici che mi seguivano ora dopo ora; un sistema sanitario statale che non mi faceva mancare nulla di essenziale (dalla bombola di ossigeno al ritiro dell’immondizia potenzialmente contagiosa). Non sarebbe stato da stolto, oltre che da bambino ego-centrato, non dare spazio alla gratitudine alla Vita, prima di ogni altro sentimento (o risentimento)?

  • La mia curiosità filosofica mi ha portato spesso a interrogarmi sul destino oltre-terreno. La morte sarà il momento di acquietare questa curiosità: o perché mi acquieterò totalmente nell’annichilimento o perché entrerò in una nuova fase di esistenza (e, per dirla con Lao Tse, ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiamerà  farfalla) . Se ho filosofato davvero in questi decenni, non è comunque la conclusione di una lunga ricerca inquietante?
  • Come non so cosa mi aspetta dopo l’ultimo respiro, non so dove siano adesso le tante persone che ho amato e che non ci sono più. Ma so che le raggiungerò, che in qualche modo ne condividerò la sorte: sarò in comunione con loro nella nuda terra dove saranno sparse le mie ceneri o in una nuova, luminosa, dimensione della realtà al di là di ciò che oggi chiamiamo ‘reale’.
  • Il caso serio della mia morte non sarebbe abbastanza serio se riguardasse esclusivamente me. La filosofia compie anche questo miracolo: oggettivizza, universalizza una questione, senza tagliare il cordone ombelicale con l’irripetibile individualità da cui tale questione origina. Da qui la domanda: che senso ha un universo dove tutto è divenire ?

Il 16 febbraio del 2021, pochi mesi prima di ammalarmi, mi aveva colpito il post di un nostro amico, Bruno Vergani, sul suo blog:

«Nell’accudire tanti gatti posso osservarli nascere, vivere e morire con frequenza e a distanza ravvicinata. Nascono suppergiù nello stesso periodo ma muoiono a intervalli irregolari e ogni volta ti insegnano come si fa. Indifferenti a solennità e angosce si allontanano dal gruppo e spirano con      nonchalance sotto a qualche cespuglio. Mentre li sotterro gli osservo l’occhio e constato che dentro non c’è più qualcuno e inizio a chiedermi se quel qualcuno si sia spento assieme al corpo o se invece sia migrato da qualche parte, ma non trovo risposta. La terra, le piante intorno e il cielo sopra, continuano come sempre. Tento di vedere l’occhio della terra, delle piante e del cielo, così da sorgerci dentro qualcuno, ma quell’occhio non lo vedo, però dal corpo immobile in fondo alla buca sento uscire come una voce: “Non preoccuparti, va tutto bene proprio così, esattamente così come sta accadendo”»[1].

Quale logica può giustificare un simile sentimento di fiducia in una vicenda cosmica così complessa e spesso così contraddittoria?

La filosofia, almeno in Occidente, è nata come ricerca dell’arché, del ‘principio’ che fonda e sostiene tutta la variegata  foresta degli essenti (‘principio’ non solo come origine, ma più ancora come elemento essenziale qualificante, come quando asseriamo che il principio attivo di ogni tipo di aspirina è l’acido acetilsalicilico). Perché si cerca un Fondamento eterno della molteplicità diveniente? Perché si intuisce che una folla di contingenti non può considerarsi necessaria; una folla di relativi non può considerarsi assoluta. Già da subito, ha scritto qualcuno, la filosofia nasce grande: quasi contemporaneamente a ipotesi un po’ ingenue (l’Essenza dell’universo è l’acqua o l’aria), si affiancano ipotesi più profonde: l’Essenza dell’universo non coincide con nessun elemento determinato (l’acqua, l’aria, il fuoco, la terra) perché – potendo diventare ciascuno di questi elementi – dev’essere in sé indeterminato. Dev’essere senza Forma se ha da diventare tutte le forme. Parmenide lo chiama l’Essere; Eraclito il Logos. E’ l’inizio di una lunga storia che, passando per lo Stoicismo, per il vangelo attribuito a Giovanni (“In principio era il Logos”) e per Spinoza,  arriva a Hegel, a Croce, a Gentile. Senza considerare le sapienze orientali, segnatamente il taoismo per il quale senza il Tao (la Via) non vi sarebbe né andata né ritorno.

Ma la storia di un Principio che contiene in sé, almeno potenzialmente, tutto il resto (a meno di dover ammettere, irrazionalmente, che lungo il tempo non solo ‘appaiano’ enti che non apparivano, ma ‘si creano dal nulla’  enti che non erano in nessun modo esistiti) scorre parallelamente a una contro-storia che parte almeno da Gorgia: non c’è nessun Essere al di là della mutevole apparenza dei mutevoli fenomeni; se ci fosse, non sarebbe comunque conoscibile; se fosse e fosse conoscibile, non sarebbe comunque nominabile, esprimibile, comunicabile. Questa contro-storia arriva al culmine con Nietzsche e trova in Sartre un formidabile profeta.

Ascoltiamo Nietzsche:

«La parodia più seria che io abbia mai sentita è questa: ‘in principio era l’Assurdo, e l’Assurdo era, al cospetto di Dio, e Dio (divino) era l’Assurdo» [2].

E ascoltiamo Sartre:

«Assurdità: ancora una parola; mi dibatto contro le parole; laggiù, nel giardino, la toccavo, la cosa. Ma qui vorrei fissare il carattere assoluto di quest’assurdità. Un gesto, un avvenimento nel piccolo mondo colorito degli uomini non è mai assurdo che relativamente: in rapporto alle circostanze che l’accompagnano. I discorsi di un pazzo, per esempio, sono assurdi in rapporto alla situazione in cui si trova, ma non in rapporto al suo delirio. Ma io, poco fa, ho fatto l’esperienza dell’assoluto: l’assoluto o l’assurdo»[3] .

Grazie alla genialità di Nietzsche e di Sartre (ma si potrebbero aggiungere altri nomi illustri) l’opzione radicale ci si squaderna innanzi con la massima chiarezza desiderabile: alla base, e all’interno, del Tutto un Senso assoluto o un Non-senso assoluto?

Penso che non sia possibile una risposta definitiva prima che si esali l’ultimo respiro. Ciò che vorrei precisare, però, è che non mi convince la tesi di quanti sostengono che si tratti di una opzione esclusivamente, o prevalentemente, emotiva, sentimentale, orientata dall’angoscia del nulla (per i primi) o dal coraggio di naufragare nel nulla (per i secondi).

Certo anche i nostri orientamenti teoretici sono influenzati dalla nostra dimensione psicologica, ma la filosofia è anche questo esercizio costante di  auto-trascendenza rispetto ai dati biologici, psicologici e sociologici. Freud potrebbe obiettare che il filosofo è talmente condizionato da non essere consapevole dell’inconscio che lo condiziona, ma proprio la sua opera testimonia quanto un soggetto possa remare contro l’eredità psichica e culturale del proprio ambiente[4].

Se propendo, razionalmente, per l’ipotesi di un Logos radicale che sostiene e vivifica l’intero è perché so di essere una particella infinitesimale del Tutto e mi sembrerebbe molto strano che questa particella potesse avere una qualche consapevolezza di sé e del Tutto, mentre il Tutto sarebbe inconsapevole di sé e della sua particella[5]. L’obiezione più devastante a questa mia teoria è certamente il mare di dolore di cui è impastata la storia universale. E’ un’obiezione talmente gigantesca da esigere una trattazione a parte. In via preliminare e del tutto provvisoria posso limitarmi a dichiarare che, nei riguardi dell’universo, attualmente penso  – grosso modo – ciò che Socrate (almeno secondo Diogene Laerzio) pensava dell’opera omnia di Eraclito: ciò che ne capiva era eccellente, dunque presumeva che lo fosse anche tutto il resto che non capiva.                            


[1] I maestri, post di martedì 16 febbraio 2020,  in www.brunovergani.it

[2] F. Nietzsche, Umano troppo umano. Un libro per spiriti liberi, Adelphi, Milano 1981, vol. II, p. 187 (con ritocchi ortografici). L’edizione originale tedesca è degli anni 1878-79.  

[3] J-P. Sartre, La nausea, Mondadori, Milano 1965, p. 184. L’edizione originale francese è del 1938.

[4] Notevole questa affermazione di Freud stesso: «Possiamo insistere a piacer nostro nell’affermare che l’intelletto umano è debole in confronto con altri istinti umani, e affermeremo il vero. Pure, in questa debolezza esiste qualcosa di singolarmente strano. La voce dell’intelletto è di certo sommessa e tuttavia non si spegne se non dopo essersi fatta udire. Sicché da ultimo, dopo ripulse a non finire, e dinieghi, essa riesce nel suo intento» (L’avvenire di un’illusione cit. in G. A. Miller – R. Buckhout, I problemi della psicologia, Mondadori, Milano 1975, vol. II, p. 32).

[5] «E’ un fatto che la Natura produce fenomeni come l’inquietudine  metafisica dell’uomo: ne è essa al corrente? Sa l’Universo di produrre un essere dotato di coscienza? Se il Logos è soltanto immanente alla Natura, avremmo il paradosso di un grande Incosciente dal cui senso emerge una coscienza; se il Logos è anche trascendente rispetto alla Natura, l’uomo non è un fungo imprevedibile e casuale ma l’efflorescenza all’interno di una Coscienza che in nessun modo è sorpassata o sorpresa da tale efflorescenza» (A. Cavadi, In verità ci disse altro. Oltre i fondamentalismi cristiani, Falzea, Reggio Calabria 2008, p. 41). Carlo Molari mi ha onorato di una sua arricchente rielaborazione di queste righe: «Sorge perciò legittima la domanda: la Vita, il Bene, la Verità esistono già in forma piena e compiuta oppure le loro modalità limitate presenti nelle creature costituiscono tutta la realtà? La complessità della struttura umana, l’intelligenza, la libertà sono espressioni di una perfezione già compiuta che rende possibile il processo evolutivo alimentandolo dal di dentro, oppure sono il risultato di un movimento cieco  di cui l’umanità costituisce per il momento il vertice al quale  la vita o la Natura è pervenuta nel suo moto inconsapevole e disordinato? Se lo scienziato riconosce una razionalità nella natura che nell’uomo giunge ad esprimersi come consapevolezza, libertà e capacità d’amare è legittimo porre la domanda: la forza che alimenta il processo non sarà essa stessa caratterizzata dalle stesse proprietà che fa fiorire nelle creature, non sarà essa stessa quindi persona? (riassumo Cavadi Augusto, In verità ci disse altro […])» (C. Molari, Il dibattito sul problema di Dio, “Rocca”, 15.5.2009). 

Augusto Cavadihttps://augustocavadi.com
Uno dei promotori delle Vacanze filosofiche. Vive e opera a Palermo dove svolge sia attività professionale (pubblicista per “Repubblica-Palermo” e filosofo consulente "Phronesis") sia attività di volontariato culturale principalmente tramite alcune associazioni ( la Scuola di formazione etico-politica ‘G. Falcone’ e il Gruppo "Noi uomini a Palermo contro la violenza sulle donne") che hanno sede nella "Casa dell'equità e della bellezza" da lui fondata, con la moglie Adriana Saieva, per creare occasioni di crescita intellettuale, morale e civile.

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