martedì 5 Ottobre 2021
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Dov’eri tu quand’io fondavo la terra?

Pubblichiamo volentieri un toccante racconto del nostro amico Massimo, inserito in una raccolta pubblicata una quindicina di anni fa dal titolo “Come se Dio ci fosse (e fosse una Balena)”, Il riccio editore, 2006. Curiosamente il titolo della raccolta fa da contraltare a una delle proposte del teologo protestante Dietrich Bonhoeffer (1906-1945), vivere come ‘Dio non ci fosse‘, autore che più volte è stato ricordato nei seminari di Celano 2021, da Augusto Cavadi. Lo stile narrativo riecheggia quello chassidico e tocca i temi dei “mali evitabili e non, della sofferenza, di Giobbe e dell’Olocausto”. Massimo sperava di leggerlo durante una delle nostre serate, ma rimediamo così :-).

E il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine dicendo:
«Chi è costui che oscura il mio consiglio con parole prive
di sapere? (…)
Dov’eri tu quand’Io fondavo la terra? (…)
Sai tu chi ha fissato le sue dimensioni, o chi ha teso su
di essa la corda?
Su cosa sono fissati i suoi cardini, o chi ha posto la sua
pietra angolare,
mentre inneggiavano in coro le stelle del mattino
e plaudivano tutti i figli di Dio?».
Giobbe 38, 1 e ss.

Per prima cosa sognò Sefarad, la Spagna.

Nel sogno, lui era suo nonno Ezra, da bambino, in un pomeriggio di luce abbagliante; perché si era nel pieno di una primavera sfocata, dai contorni indefiniti, che sembrava appartenesse a un’altra vita, e infatti era un’altra vita, quella di suo nonno, appunto, quando non doveva avere più di una decina d’anni.

Il sole già fastidioso lo spinse a rientrare di corsa, attraverso il cancello di ferro battuto, nell’ombra del patio. Il gorgoglio continuo della fontana centrale sembrava rendere l’ambiente ancora più fresco, il rosso dei gerani spiccava vivo sul rivestimento di mattonelle azzurre. La sua famiglia era riunita lì, in quella piccola oasi nel cuore della “juderia” di Cordova; le donne preparavano agnello, erbe amare e pane azzimo, mentre il profumo di frutta, noci e spezie dell’“haroset” si spandeva nell’aria, come si conveniva nel giorno del Seder. Di lì a poco, gli adulti avrebbero bevuto i quattro tradizionali bicchieri di vino, adagiandosi sul lato sinistro per ricordare la loro condizione di uomini liberi; un quinto bicchiere sarebbe stato lasciato al profeta Elia. Poi i bambini più piccoli avrebbero posto l’antichissima domanda: «Ma nishtanah halayla hazeh mikol haleilot?», «Perché questa notte è diversa da tutte le altre notti?»; e, per tutta la vita, il ricordo di quella serata avrebbe riportato alla mente l’infanzia trascorsa nella calda nicchia della famiglia.

Ma, si sa, non tutti possono per forza essere felici nello stesso momento, e poco lontano da qualcuno che ride c’è sempre qualcun altro che piange. La semplice allegria che univa il gruppo era stata per qualche attimo interrotta dalle strofe lontane di una ballata moresca che parlava della caduta della cittadella di Alhama, conquistata pochi anni prima dall’esercito della cristianissima Isabella di Castiglia. E che Isabella fosse cristianissima dovevano averlo bene sperimentato gli abitanti di Alhama.

Fra la comunità dei Giudei e quella dei Mori c’era sangue né buono né cattivo, ma la sorte che stava toccando a questo secondo popolo, più vicino alla gente della Torah che ai cristiani, preoccupava molto la sua famiglia, perché era logico pensare che la Corona non si sarebbe accontentata dei beni dei Mori quando, con uno sforzo assai minore, avrebbe potuto accaparrarsi anche quelli dei Giudei.
Lui, però, era ancora troppo piccolo per interessarsi davvero ai discorsi dei grandi proprio in quel giorno di festa; la malinconia sfumò nell’aria calda assieme alle ultime note della ballata e, nel sogno, si affrettò dunque a rientrare nel patio.

Come sempre, a questo punto la scena cambiò. Aveva ancora dieci anni, ma questa volta sapeva di non essere più suo nonno Ezra, ma suo padre Saadiah.

Il nonno, che nel sogno era diventato suo padre, stava finendo di caricare su un carro tutto quello che non si era potuto vendere, nemmeno per la centesima parte del suo valore, ma che almeno si poteva trasportare. Assieme a quasi tutta la sua gente, era costretto dall’editto reale a lasciare la Spagna.

La nonna, ma nel sogno era sua madre, piangeva in silenzio in un angolo dello stesso patio, e non glielo impediva la chiara disapprovazione del marito per quella esibizione di sentimenti, perché si capiva che anche lui era attanagliato dall’angoscia di un evento così a lungo temuto, e che non lo consolava il fatto di essersi diligentemente messo nella saccoccia appesa alla cintura la chiave di casa, simbolo di un ritorno che sapeva essere solo la vana speranza di un cieco.

Cominciava appena a far giorno quando si avviarono verso le porte della città. Per via c’erano molti altri carri simili al loro; alle finestre e sui lati della strada c’erano alcuni
cristiani che li compativano, molti altri che li schernivano e li chiamavano “marranos”.
Un uomo alto e magro, dall’espressione severa, si fece avanti in mezzo alla strada, invitandoli ad alta voce a farsi battezzare; lui lo riconobbe: aveva comprato a suo zio una casa in cambio di un asino e a suo padre una vigna in cambio di una pezza di tela.

L’uomo fu subito zittito da un frate vestito di bianco e di nero che gli ricordò con aria quasi minacciosa che ai “conversos”, ai convertiti, non erano più riservati diritti particolari, e che il Grande Inquisitore Torquemada richiedeva ormai senza compromessi la purezza del sangue per partecipare alla vita del regno.

E così, tutti assieme, lasciarono la città e si misero in cammino, abbandonando la terra dove erano nati: c’erano grandi e piccoli, vecchi e giovani, a piedi e a cavallo, a dorso d’asino e su carri come il loro; c’era sua cugina Abigail, che aveva poco più di dodici anni; accanto a lei procedeva il suo sposo, di poco più grande, e vicine a loro c’erano altre coppie più o meno della stessa età, fatte unire in matrimonio perché ogni ragazza fosse accompagnata da un marito. Più tardi, anche loro avrebbero avuto dei figli, in Africa, in Turchia o in uno qualsiasi dei porti del Mediterraneo, ma nessuno di loro sarebbe mai stato davvero felice.

Nel sogno, si chiese come facesse a conoscere questo loro destino e si rispose che gli pareva di averlo sognato. Ma di nuovo la scena cambiò, e ancora una volta gli si presentò l’ultima, incomprensibile parte della visione. Per prima cosa vide un recinto alto e spinoso, sorvegliato da torri di guardia ancora più alte, occupate da sentinelle.

Ad arco, sopra il cancello di ingresso, c’era un’insegna con la scritta “Emeth”, verità. Si voltò, e vide che dietro di lui si stendeva una moltitudine di esseri umani emaciati, alcuni addirittura scheletrici; tutti rimanevano immobili, inebetiti. Come sempre, una lama di ghiaccio gli trafisse la schiena quando si accorse che ognuno di loro portava cucita, sui poveri stracci che lo coprivano, una stella gialla.

Sullo sfondo si indovinava il contorno di un unico edificio, da cui sbucava un lungo camino scuro che si stagliava contro il cielo plumbeo. Un fumo denso e untuoso si avvolgeva nell’aria grigia; dalle finestre senza infissi uscivano bagliori rossastri che creavano pozze di luce terribile nella notte che ormai arrivava. Si voltò di nuovo e vide che la prima parte dell’insegna era caduta, lasciando così solo la parola “meth”, morte. Un improvviso bussare irruppe nella visione, il suono indistinto di una voce divorò l’immagine, il sogno iniziò a sfilacciarsi nella realtà.

Da principio gli sembrò la voce del figlio, ma il momentaneo sollievo lasciò il posto alla fitta di dolore che sempre gli provocava la consapevolezza che non vivevano più insieme da anni, che non lo vedeva da quando il suo ragazzo aveva deciso di convertirsi al cristianesimo, negando e nascondendo le sue origini e la sua identità.

«Svegliatevi, zio, la vostra opera di medico è richiesta d’urgenza a Ca’ Faliero».

Finalmente, il vecchio Abulafia si destò, emerse nel mondo della veglia, che ormai da tanto tempo gli interessava così poco, e si rese conto di trovarsi nel buio totale della sua piccola camera da letto, nel Ghetto Vecchio di Venezia, in una notte qualsiasi, quasi milleseicento anni dopo la nascita del Messia secondo il calendario cristiano, e più di cinquemilatrecento dopo la creazione del mondo secondo il calendario del suo popolo. Abulafia diede al nipote il permesso di entrare; la luce del lume che il giovane introdusse nel buio completo lo abbagliò per un attimo.

«Donna Beatrice, moglie del nobile Marco Faliero, sta morendo. Nessun altro medico è riuscito a far qualcosa per lei, nemmeno ad alleviare le sue pene. Faliero richiede la vostra opera, zio», ripeté il giovane mentre il vecchio medico si vestiva in silenzio, terminando con il mantello su cui spiccava il contrassegno giallo imposto dalla Serenissima.

Il servitore inviato da Faliero lo accompagnò, illuminandogli la strada senza quasi dire una parola, attraverso il Campiello delle Scuole, fino al cancello che la guardia aveva aperto per lui; ché un giudeo poteva uscire dal ghetto durante la notte, purché fosse un medico famoso e qualcuno abbastanza ricco avesse bisogno di lui.

Alle Fondamenta di Cannaregio li attendeva una barca lunga e stretta, adatta alle vie d’acqua veneziane. Nemmeno il rematore fu di molte parole. Si capiva che era avvezzo a questo genere di viaggi notturni, che sapeva come ci si comporta: i soldi dei ricchi non si rifiutano, sarebbe da stupidi. E poi, forse, non era nemmeno apertamente ostile agli ebrei, come del resto molti veneziani; ma conversare con loro del più e del meno, quella era un’altra cosa e, anzi, gli erano già sembrate fin troppe le parole che lui o un parente o un amico aveva dovuto pronunciare al banco dei pegni del ghetto, per poter pagare debiti più o meno leciti.

Così, mentre la barca scivolava veloce sopra l’acqua scura, quasi senza incresparla, quasi senza rumore, Abulafia non si fece scrupolo di immergersi nei suoi pensieri, ritornando con la mente al suo sogno ricorrente.

Le prime due scene gli erano chiare: riflettevano di certo i racconti che cento e cento volte aveva ascoltati in famiglia e le cronache che aveva lette e rilette; soprattutto a proposito dei fatti avvenuti in Spagna sotto il regno di Ferdinando il Cattolico che, dopo aver conquistato Granada e sconfitto definitivamente i Mori, si era sentito libero di risolvere una volta per tutte anche il problema giudaico col decreto che ordinava, sotto pena di morte e confisca dei beni, l’espulsione di tutti gli ebrei di qualunque età, con i loro figli e familiari e servi.

A questo punto, Abulafia non riuscì ad arginare il fiotto di ricordi che gli sgorgava nella mente, ma in fondo non gli interessava nemmeno farlo, come spesso capita ai vecchi, che sanno di avere molto più tempo dietro di loro che davanti.

Dalla Spagna, la sua famiglia, spesso osteggiata perfino dalle comunità ebraiche locali, timorose che questi sefarditi venissero a sconvolgere un equilibrio già precario, era passata in Francia e poi, via mare, in Italia, a Livorno, dove lui era nato più di settant’anni prima con il nome di Abulafia ben Saadiah. Perché nella sua casata, per i figli maschi, c’era ancora l’antica abitudine a questi nomi arcaici, completati
dal patronimico.

Bel nome davvero, d’effetto; peccato che usarlo per intero in quel paese gli avesse creato problemi per tutta la vita.

Dopo una ventina d’anni si era trasferito a Roma, approfittando della breve parentesi di favore di cui gli ebrei avevano goduto sotto i pontificati di Giulio II e di Leone X,
favore che gli aveva consentito di dottorarsi in medicina; ma la tregua era durata poco: dopo alcuni anni Pio V, non contento di aver sterminato tutti i valdesi di Calabria, in un’incredibile bolla aveva accusato i Giudei di ricettazione, lenocinio e pratiche magiche; quando si fa una cosa la si fa per bene, è meglio non lesinare, e diecimila persone erano state espulse dallo Stato Pontificio.

Per Abulafia, che nel frattempo si era sposato e aveva avuto un figlio, era iniziata la triste esperienza del ghetto di Roma. Negli anni, quell’ambiente malsano aveva prima portato il figlio alla resa e alla fuga, poi progressivamente minato la salute già cagionevole della moglie Ester. A nulla era valso nemmeno il difficile ritorno a Livorno, dove la sua gente continuava a godere di condizioni di vita del tutto particolari. La salute di lei aveva continuato a peggiorare, nonostante tutte le sue cure di medico e il suo impegno di marito e il suo amore di uomo per quella che era stata, a dispetto delle usanze comuni, una vera donna e una vera compagna. Le aveva tenuta stretta la mano fino all’ultimo, fino a quando l’aveva sentita rilassarsi, il viso si era fatto
sereno e il respiro era cessato.

Dal Libro dei Salmi della moglie aveva scelto quello che lei preferiva, “Il Signore è il mio pastore, nulla mi manca, in pascoli verdeggianti mi conduce, a fresche acque ristora la mia anima, per retti sentieri mi guida per amore del Suo Nome, e anche se andassi per valli dalle ombre di morte, non temerei alcun male, perché Tu sei con me, la Tua verga e il Tuo bastone, ecco, mi rassicurano… E abiterò nella casa del Signore per tutta la lunghezza dei miei giorni”. L’aveva letto sul corpo di Ester prima ancora del kaddish per i defunti, senza una lacrima, senza un’incertezza, ma dei giorni seguenti aveva solo ricordi confusi.

Non si aspettava che la ferita si sarebbe chiusa, che sarebbe diventata una cicatrice, nemmeno di quelle che non smettono mai veramente di fare male. Anni dopo, sempre a Livorno, era stato suo paziente il capitano ormai quasi cieco di una piccolo mercantile, il “Sofala”, gli sembrava.

Vittima anche lui di una recente vedovanza, e forse sperando di convincere prima di tutti se stesso, l’uomo aveva sostenuto che la vita non si può arginare con una diga, come se fosse un piccolo corso d’acqua; alla fine il suo impeto avrà il sopravvento e ricoprirà incurante i dolori dell’uomo. Ma no, Abulafia non credeva che sarebbe mai
riuscito a dimenticare l’amore che era andato a fondo.

Erano passati altri anni; ormai vecchio e solo, tormentato dall’artrite, Abulafia aveva deciso di finire la sua vita terrena a Venezia, dove da poco era stato concesso ai sefarditi il permesso di risiedere nel Ghetto Vecchio, e dove si era già trasferito l’unico nipote che gli restava; fatto, questo, che aveva avuto la meglio sulle considerazioni climatiche. Lì i giorni scorrevano relativamente tranquilli, grazie anche ai pesanti tributi che la comunità ebraica pagava alla Repubblica. Il pensiero del vecchio tornò all’ultima parte del sogno.

Quale poteva essere il senso di quella visione terribile? Anche se il suo profondo significato gli sfuggiva, l’immensità della tragedia che essa gli sembrava annunciare bastava ogni volta a riempirlo di un senso di cupa disperazione.

Il Signore gli aveva forse donato, proprio sul finire della vita, capacità profetiche, ulteriore e definitivo motivo di diversità e di solitudine che andava ad aggiungersi a quelli, già pesanti, costituiti dalla sua fede, dalla sua cultura, dalla sua scienza e dalla sua età?

Si sentiva pervaso da un disagio profondo, sul quale però non volle in quel momento indagare più a lungo. Abulafia, più vicino alle convinzioni del padre Saadiah che a
quelle del nonno Ezra, riteneva che la preghiera servisse più a comprendere le cose che a influenzarle, ma nemmeno questa pratica assidua gli era stata d’aiuto nel chiarire il significato del sogno e l’angoscia che lo accompagnava.

Nel frattempo, però, la barca era sbucata in un canale più grande, e una luce aveva attirato la sua attenzione. Quasi di malavoglia, come ormai gli capitava sempre più spesso, il vecchio lasciò che la realtà riprendesse il sopravvento sui suoi pensieri. Il lume era tenuto alto da un servitore che li aspettava sulla porta di un grande palazzo patrizio.

Il rematore accostò abilmente la barca alle scale e assicurò una cima alla bitta colorata e ornata da uno stemma che emergeva dal fondale basso; il domestico porse il braccio ad Abulafia per aiutarlo a scendere, ma lo ritrasse quasi senza dargli il tempo di posare tutti e due i piedi sui gradini di pietra, resi viscidi dalla bassa marea. Sempre senza una parola, l’uomo gli fece luce e strada all’interno e poi su per alcune rampe di scale, che misero alla prova l’artrite del medico. L’oscurità totale si apriva per un attimo, per richiudersi immediatamente dopo il loro passaggio.

Finalmente sbucarono in un salotto illuminato da alcuni doppieri.

Il cassettone intarsiato, il divano rivestito di seta ricamata e, alle pareti, le scene di vita fiamminga, due piccoli gioielli di Tiziano e Tintoretto, e il ritratto di una fanciulla bellissima, che solo pochi sarebbero stati capaci di attribuire al soggiorno a Venezia del giovane El Greco, parlarono al vecchio di un tempo più felice, nel quale i due padroni di casa avevano disposto in questo angolo privato gli oggetti che li univano, che forse avevano per loro un qualche significato intimo; e certo, nel raccoglierli, non avevano pensato al momento in cui sarebbero stati i muti testimoni dello strazio di cui il medico aveva imparato a riconoscere la presenza, come la voce di un antico avversario che gli sussurrasse: «Così ci incontriamo di nuovo, vecchio, un’altra partita a dama?».

Fu introdotto direttamente nella camera. Attorno al grande letto a baldacchino, alto da solo più dei soffitti bassi delle case del ghetto, erano riuniti un nobiluomo dal viso segnato, sicuramente Marco Faliero, una domestica e due uomini che, dalle toghe, dal portamento e dai discorsi, Abulafia identificò immediatamente come colleghi cristiani molto più giovani di lui.

Senza discostarsi troppo dalle argomentazioni dei ciarlatani che imperversavano nelle piazze, i due discutevano dottamente se, per dar sollievo alla paziente, non fosse più
indicato farla urinare con il sambuco, o piuttosto svuotarle le viscere con un abbondante enema alla malva, o ancora farla vomitare con la liscivia.

“Ché, secondo i medici cristiani, tutto quello che è possibile cavar fuori dal corpo dell’infermo va cavato, senza paura di esagerare, e questo estremo pallore può esser causato perfino da copiosi salassi”, pensò rabbrividendo…

Abulafia mentre, quasi senza badare alle poche parole imbarazzate di Faliero ed all’ostilità silenziosa dei due togati, si chinava sul letto a osservare da vicino le profonde occhiaie di Donna Beatrice, la pelle tesa sugli zigomi, stentando a
riconoscere in quel volto ormai scheletrico la giovane del ritratto del Greco che aveva notato nel salotto. Lei teneva gli occhi chiusi, in silenzio, forse per non mortificare ulteriormente il suo sposo, ma si capiva quanto stesse soffrendo.

Il vecchio medico ispezionò il contenuto di tre vasi riposti in una cassapanca ai piedi del letto, poi chiese il permesso di esaminare la malata secondo gli insegnamenti di Avicenna e di Maimonide. Al centro della porzione superiore dell’addome, proprio sotto il diaframma, palpò una massa dura. Un’altra massa di glandole la trovò sopra la clavicola sinistra. Nessun barbiere, chirurgo o medico sarebbe stato in grado di estirpare la carne impazzita che era cresciuta nel ventre di Donna Beatrice.

«Dottore, la mia povera moglie non riesce a inghiottire più nulla, nemmeno i medicamenti; potete fare qualcosa per lei?», chiese Marco Faliero, con la voce che il dolore aveva reso per un attimo meno formale, più incerta.

«Posso alleviare e forse spegnere del tutto le sue pene, non prolungare la sua vita», rispose il vecchio, sforzandosi di non appoggiare una mano sulla spalla di Marco, di non dirgli quanto fosse addolorato: non si poteva sapere come un gesto simile da parte di un ebreo sarebbe stato interpretato. Non poteva permettere che Faliero si sentisse inferiore a lui nemmeno per un attimo.

I medici cristiani dovettero interpretare quelle poche parole in modo prevenuto, portandole alle loro estreme e non necessarie conseguenze. Dopo essere rimasti interdetti per un attimo, insorsero indignati contro il collega giudeo, appellandosi al divieto indiscutibile di abbreviare la vita degli infermi. La loro reazione fu subito fermata da un gesto deciso di Faliero, che rivolse invece un cenno di assenso al vecchio.

Abulafia prese dalla borsa che teneva sotto il mantello un sacchetto contenente una mistura di canfora e oppio, che aveva acquistata al porto da un mercante levantino. Chiese un braciere e un drappo di lino, fece chinare la malata sul braciere, le coprì la testa col drappo per non far disperdere i fumi e gettò la miscela sui tizzoni. Dopo pochi istanti si vide Donna Beatrice addormentarsi, col viso un po’ meno esangue e finalmente disteso. Lasciò quasi tutto il contenuto del sacchetto a Marco Faliero.

Mentre usciva dalla stanza e dalla casa, assieme al domestico col lume e ai due increduli colleghi, il vecchio non pensava ai ringraziamenti di Faliero, di nuovo formali e distaccati, né al notevole peso della borsa di monete che gli era stata consegnata a totale compenso del suo intervento, monete che avrebbero comunque resa felice la moglie di suo nipote. Pensava al viso disteso di Beatrice, e a quello di sua moglie Ester.

Poco dopo, scendendo gli ultimi gradini di pietra per imbarcarsi di nuovo, senza un motivo cosciente Abulafia ricordò una riflessione scarabocchiata sul verso di uno degli incredibili disegni d’anatomia attribuiti a Leonardo, che aveva avuto modo di ammirare a Roma, quando, ancora studente, frequentava l’ospedale di Santo Spirito.

«L’acqua che tocchi de’ fiumi è la prima di quella che viene e l’ultima di quella che andò», si sorprese a mormorare senza una ragione. I due giovani colleghi lo guardarono stupiti: ovviamente non capirono, ma del resto non capivano mai, lui lo aveva accettato da tempo.

Mentre la barca lo riportava verso il ghetto, la silenziosa bellezza della città ancora addormentata si fece spazio nei suoi pensieri. Il vecchio alzò gli occhi al cielo e, per l’ennesima volta nella sua vita, contemplò annichilito la meraviglia del creato: il cielo limpido e ancora completamente scuro brillava della inconcepibile moltitudine di stelle
che Abulafia aveva imparato a riconoscere durante i suoi studi giovanili di astronomia; quella volta, però, lo stupì la mancanza quasi totale del senso di familiarità cui era abituato.

Ciò che quella infinita bellezza gli comunicò fu più che altro una lontana indifferenza per le cose degli uomini. Di lì a poco si accorse anche che, nonostante la temperatura relativamente mite, l’umidità notturna non aveva giovato alla sua artrite: i dolori si stavano risvegliando e si acuivano con rapidità. Per esperienza, sapeva che presto si sarebbero fatti quasi intollerabili.

Quando la barca arrivò finalmente all’ingresso del ghetto, il rematore dovette sollevarlo di peso per consentirgli di scendere a terra. Poche parole di spiegazione e di ringraziamento all’uomo che lo aveva aiutato e il vecchio si avviò da solo, piegato dal dolore, attraverso il cancello riaperto per lui, verso la casa del nipote, che ormai doveva essere uscito per organizzare una nuova giornata di lavoro.

A fatica aprì la porta e affrontò le scale ripide che lo separavano dalla sua stanza. Quando, finalmente, riuscì a lasciarsi cadere pesantemente sulla sedia davanti allo scrittoio, Abulafia era coperto da un sottile strato di sudore gelato.
Chiuse gli occhi. Pensò ancora a Donna Beatrice, e non seppe dirsi se era davvero riuscito ad aiutarla a morire meglio; pensò alla moglie già scomparsa da tempo, e al figlio fuggito, e ancora a come la sua fede, il suo sapere e la sua esperienza non fossero riusciti a evitare tutto quello; pensò a quale incredibile fardello il Signore aveva posto sulle sue povere spalle. “Ma, se non identico, un carico assai simile è in fondo posto su ogni uomo, credente o no, giusto o meno – pensò il vecchio – e certo un giorno a tutta questa sofferenza sarà data una motivazione comprensibile”.

Quell’ultima riflessione lo atterrì, questa volta in modo del tutto consapevole. Stava forse chiedendo conto al Signore del Suo operato? Riaprì gli occhi. Estrasse dalla borsa il sacchetto che conteneva ancora una piccola quantità dell’incenso usato per Donna Beatrice, lo versò sullo scrittoio e separò con cura la canfora dall’oppio. Poi prese dal cassetto un lungo ago e una pipetta, scaldò l’oppio sulla lampada e caricò con l’ago la pipetta. Alla fine si sdraiò sul letto e, tenendo la pipetta capovolta sulla lampada, iniziò ad aspirare con metodo.

Quasi subito i dolori si attenuarono e il medico cominciò a sentirsi avvolgere da un benessere antico, ovattato; i pensieri si fecero consolatori, affettuosi, quasi materni.

“Dormi, dormi, povero Abulafia, questo è veramente un tempo troppo, troppo cattivo, dormi e sogna, vecchio, forse questa volta il Signore ha in serbo per te una visione più chiara e serena del futuro. Certo Egli non può volere una tale distruzione del Suo popolo, certo sei tu che hai interpretato male, forse ora ti mostrerà una via d’uscita, forse, come si dice abbia già fatto con un rabbino di Praga, ti darà la capacità di infondere la vita a un esercito di uomini di argilla che difenderanno il Suo popolo, o forse fermerà semplicemente il sacrificio come fermò la mano di Abramo. Sogna, sogna, vecchio Abulafia, sogna sogni luminosi e rassicuranti, non livide visioni senza senso. Sentinella, a che punto è la notte?”.

E mentre la realtà perdeva coerenza, sfilacciandosi ancora una volta nella semincoscienza, e la pipetta si spengeva, sul fare di un giorno qualsiasi, quasi milleseicento anni dopo la nascita del Messia secondo il calendario cristiano, e più di cinquemilatrecento dopo la creazione del mondo secondo quello ebraico, il vecchio si addormentò.

Per prima cosa sognò Sefarad, la Spagna.

Massimo Paterni

Massimo Paterni
Medico e scrittore

3 Commenti

  1. Ho letto due volte il tuo racconto, caro Massimo, e due volte ho provato vera commozione (ho sollecitato pure Tina a leggerlo!). Il tono malinconico e onirico tengono la narrazione sospesa fra una favola senza tempo e una realistica considerazione sull’umanità (soprattutto quella sofferta degli ebrei) e del senso dell’esistenza. Dare la morte, poi in fondo che significa? Viene fatto del bene? Ardua questione, ma il fascino dell’affabulazione tu lo hai ampiamente dimostrato!!
    Grazie:-)

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